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Sotto il Morrone la capra canta

Sotto il Morrone la capra canta

 

Cronometro alla mano, la mungitrice automatica impiega tre mi­nuti e quarantuno secondi per strizzare dolcemente una batteria di dodici capre alla volta. Ciascuna delle duecentoquaranta signore del gregge di Do­menico Cotta fornisce grossomodo mezzo litro di latte ogni mattina.

Il rituale si ripete spesso anche alla sera. Si sottopongono docilmente a questo gioco meccanizzato con calma serafica. Non scalciano. Aspettano, golosamente, il ciuffo d’erba medica e quel po’ di lupinella che gli tocca in cambio. Ormai per loro è routine quotidiana. E da un decennio lo è diventata anche per l’aiutante Antonio D’Eliseo. Che qui è per tutti Tonino. Un vero personaggio che sbriga la pratica spiegando pazientemente come funziona la giostra. Cioè la rotazione di quelle capre che devono ancora essere agganciate alla tecnologica aspiratrice della Agrisystem. “Fino a quattro anni fa tutto era ma­nuale, poi anche noi abbiamo dovuto e forse voluto cedere alla modernità”. A parte, in un’altra stalla, stanno accoccolati sulla paglia gli otto esemplari di becco, come vengono chiamati i maschi. Anche loro sono frutto di un incrocio tra razza autoctona e camosciata delle Alpi. Accanto, seppur divise dalla palizzata, belano le centoventi pecore. Caprini ed ovini hanno esigenze di vita diverse e conseguentemente nulla viene lasciato al caso.

 

“La pecora bruca e la capra no, la prima si muove meno e sta bene anche nel recinto elettrificato (per metterla al riparo dagli attacchi dei lupi che qui non sono infrequenti: l’ultimo risale al mese scorso, ndr) mentre la seconda si agita di più e salta la staccionata”, specifica Cotta. Tutt’intorno al capannone di via Ca­stelluccio fanno la guardia i pastori abruzzesi che si chiamano Meraviglia, Laky, (mi raccomando, non Lucky, sottolinea il proprietario) Timido, Cocò e Chanel. No­mi che fanno sorridere, ma a sentirli ringhiare a difesa del gregge, questi be­stioni, mica tanto. L’odore di fondo è acre. Tipico del latte delle capre. altamente digeribile a causa della presenza di acidi grassi a catena corta. E, quanto ad indice proteico e nell’assomigliare al latte umano è secondo solo a quello d’asina che però ha prezzi di mercato nettamente superiori ed è di difficile reperibilità. Quello di capra è adatto anche a chi patisce intolleranze alimentari. Ma si presenta forte all’olfatto proprio per via del processo di lipolisi, cioè lo scioglimento dei globuli di grasso, che avviene più ve­locemente rispetto a quanto accade nel lat­te di mucca. L’obiettivo del fotografo si alza: di fronte al casolare giallo in cui avviene la lavorazione inquadra il Monte della Rocca e addossato alla parete rocciosa si staglia l’abitato di Roccacasale (dove Cotta è nato) con le sue settecentocinquanta anime. Si trova al confine con Corfinio, Pra­tola Peligna e Salle, a quattrocentocinquanta metri sul livello del mare che però sembrano molti di più. Rocca è con buona probabilità il paese più caratteristico della Valle Peligna, quello che, arroccato com’è, gli automobilisti che escono al casello Sulmona - Pratola Peligna dell’autostrada A25 e imboccano la statale 17 non possono far a meno di notare.

 

Domenico Cotta crede nell’allevamento “bio” in cui le bestie vanno fuori dalla stalla trecentosessantacinque giorni l’anno anche se diluvia e non mangiano che granaglie e foraggio da quando, diciassette anni fa, ha deciso di proseguire il mestiere che fu del padre e prima del nonno. In questa crociata che sempre meno giovani sono interessati a portare avanti, che non intacca l’ecosistema pedemontano e salvaguarda stili e abitudini del tempo andato, ha amorevolmente trascinato anche la moglie Agata.

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